Figli spirituali di Benedetto XVI
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Il Sacerdote, la Liturgia, La Messa nel Catechismo della Chiesa con Benedetto XVI

Ultimo Aggiornamento: 25/04/2015 21.09
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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
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Dove celebrare? (CCC 1179-1186)

 

Nel suo esistere, l’uomo è individuato da due coordinate fondamentali: lo spazio e il tempo, due realtà che non si costruisce, ma che gli sono date. L’uomo è legato allo spazio e al tempo, e lo è anche la sua preghiera a Dio. Mentre la preghiera in quanto semplice atto religioso si può fare dappertutto, la liturgia, invece, in quanto atto di culto pubblico e ordinato, richiede un luogo, di norma un edificio, dove si può realizzare come rito sacro.

L’edificio di culto cristiano non è il corrispettivo del tempio pagano, dove la cella con l’effigie della divinità era anche considerata in qualche modo l’abitazione di quest’ultima. Come dice San Paolo agli ateniesi, “Dio non abita in templi costruiti dall’uomo” (Atti degli Apostoli 17,24).

C’è invece un rapporto più stretto con la Tenda del convegno, eretta nel deserto secondo le istruzioni di Dio stesso, dove la gloria del Signore (shekinah) si rendeva manifesta (Esodo 25,22; 40,34). Tuttavia, Salomone, dopo aver costruito il Tempio di Gerusalemme, edificio che prese il posto della Tenda del convegno, esclama, “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli, e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!” (1 Re 8,27). Nella storia del popolo d’Israele avviene una spiritualizzazione, che porta al famoso passo dal libro del profeta Isaia: “Tutta la terra è piena della sua gloria” (Isaia 6,3; cf. Geremia 23,24; Salmi 139,1-18; Sapienza 1,7), testo poi passato nel Sanctus della Liturgia Eucaristica. “Tutta la terra è santa e affidata ai figli degli uomini” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1179).

Una tappa ulteriore è presente nel Vangelo secondo Giovanni, quando Cristo dichiara, durante il suo incontro con la donna samaritana, che “è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giovanni 4,23). Ciò non significa che, alla luce del Vangelo, non ci dovrebbe essere alcun culto pubblico o edificio sacro. Il Signore non dice che non ci dovrebbero essere luoghi per il culto nella Nuova Alleanza; allo stesso modo, nella profezia sulla distruzione del Tempio, Egli non afferma che non ci debba essere più alcun edificio costruito in onore di Dio, ma piuttosto che non ci debba essere un solo luogo esclusivo.

Cristo stesso, il suo corpo vivo, risorto e glorificato, è il nuovo tempio dove Dio dimora e dove si svolge il suo culto universale “in spirito e verità” (cf. J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 39-40). Come scrive San Paolo: “È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza” (Colossesi 2,9-10). Per partecipazione, in forza del Battesimo, anche il corpo del cristiano diventa tempio di Dio (1 Corinzi 3,16-17; 6,19; Efesini 2,22). Utilizzando una frase molto cara a Sant’Agostino, Christus totus, il Cristo interoè il vero luogo di culto cristiano, cioè Cristo in quanto Capo e i cristiani in quanto membra del suo Corpo Mistico. I fedeli che si riuniscono in uno stesso luogo per il culto divino costituiscono le “pietre vive”, messe insieme “per la costruzione di un edificio spirituale” (1 Pietro 2,4-5). Infatti, è significativo che la parola che prima indicava l’azione del riunirsi dei cristiani, cioè ekklesia – Chiesa –, sia passata a indicare il luogo stesso in cui la riunione si realizza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insiste sul fatto che le chiese (come edifici) “nonsono semplici luoghi di riunione, ma significano e manifestano la Chiesa che vive in quel luogo, dimora di Dio con gli uomini riconciliati e uniti in Cristo” (n. 1180).

In epoca paleocristiana, forma tipica dell’edificio chiesa è diventata la basilica con grande navata centrale rettangolare, che termina in un’abside semicircolare. Tale tipo di edificio corrispondeva alle esigenze della liturgia cristiana e, allo stesso tempo, lasciava grande libertà ai costruttori, per la scelta dei singoli elementi architettonici ed artistici. La basilica esprime anche un orientamento assiale, che apre l’assemblea alle dimensioni trascendente ed escatologica dell’azione liturgica. Nella tradizione latina, la disposizione dello spazio liturgico con l’orientamento assiale è rimasta normativa e si ritiene che anche oggi sia la più adatta, perché esprime il dinamismo di una comunità in cammino verso il Signore.

Come afferma Benedetto XVI, “la natura del tempio cristiano è definita dall’azione liturgica stessa” (Sacramentum Caritatis, n. 41). Per questo, anche la progettazione degli arredi sacri (altare, tabernacolo, sede, ambone, battistero, luogo della penitenza) non può seguire soltanto criteri funzionali. L’architettura e l’arte non sono elementi estrinseci alla liturgia e neppure hanno una funzione puramente decorativa. Perciò, l’impegno di costruire o adeguare le chiese deve essere permeato dallo spirito e dalle norme dalla liturgia della Chiesa, ossia da quella lex orandi che esprime la lex credendi, e da questo risulta la grande responsabilità sia dei progettisti che dei committenti.



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Perché la liturgia? Cosa significa liturgia? (CCC 1066-1070)

 

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), dopo la professione di fede, sviluppata nella prima parte, si passa alla spiegazione della vita sacramentale, nella quale Cristo è presente, attua e continua l'edificazione della sua Chiesa. Infatti, se nella liturgia non emergesse la figura di Cristo, che è il suo principio ed è realmente presente per renderla valida, non avremmo più la liturgia cristiana, completamente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza.

Quindi, esiste un rapporto intrinseco tra fede e liturgia, entrambe sono intimamente unite. In realtà, senza la liturgia e i sacramenti la professione di fede non avrebbe efficacia, perché mancherebbe della grazia che sostiene la testimonianza dei cristiani. E «dall'altra parte, l'azione liturgica non può mai essere considerata genericamente, a prescindere dal mistero della fede. La sorgente della nostra fede e della liturgia eucaristica, infatti, è il medesimo evento: il dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, 34).

Se apriamo il Catechismo nella sua seconda parte, si legge che la parola “liturgia” significa originariamente «servizio da parte del popolo e in favore del popolo». Nella tradizione cristiana vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all'«opera di Dio» (CCC, 1069).

In che cosa consiste questa opera di Dio alla quale noi partecipiamo? La risposta del Catechismo è chiara e ci permette di scoprire l'intima connessione esistente tra fede e liturgia: «Nel Simbolo della fede, la Chiesa confessa il mistero della Santa Trinità e “il mistero della sua volontà, secondo [...] la sua benevolenza” (Ef 1,9) su tutta la creazione: il Padre compie il “mistero della sua volontà” donando il suo Figlio diletto e il suo Santo Spirito per la salvezza del mondo e per la gloria del suo Nome» (CCC, 1066).

Infatti, «quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione» (CCC, 1067). È questo il mistero di Cristo che la Chiesa «annunzia e celebra nella sua liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo» (CCC, 1068).

Per mezzo della liturgia «si effettua l'opera della nostra redenzione» (Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 2). Pertanto, come fu inviato dal Padre, Cristo ha inviato gli Apostoli a predicare la redenzione e ad «attuare l'opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica» (ibid., 6 ).

Così vediamo che il Catechismo sintetizza l'opera di Cristo nel mistero pasquale, che è il suo nucleo essenziale. E il nesso con la liturgia è ovvio, poiché «attraverso la liturgia Cristo, nostro Redentore e Sommo Sacerdote, continua nella sua Chiesa, con essa e per mezzo di essa, l’opera della nostra redenzione» (CCC, 1069). Quindi, questa «opera di Gesù Cristo», perfetta glorificazione di Dio e santificazione degli uomini, è il vero contenuto della liturgia.

Questo è un punto importante perché, sebbene l'espressione e il contenuto teologico-liturgico del Mistero pasquale dovrebbero ispirare lo studio teologico e la celebrazione liturgica, non è sempre stato così. Infatti, «la maggior parte dei problemi collegati all'applicazione concreta della riforma liturgica ha a che fare con il fatto che non è stato tenuto sufficientemente presente il peso dato dal Concilio Vaticano II alla Pasqua […]. Pasqua significa inseparabilità della Croce e della Risurrezione [...]. La Croce sta al centro della liturgia cristiana, con tutta la sua serietà: un ottimismo banale che nega la sofferenza e l'ingiustizia nel mondo e riduce l'essere cristiani all'essere cortesi non ha nulla a che fare con la liturgia della croce. La redenzione è costata a Dio la sofferenza di suo Figlio, la sua morte, e l’“exercitium” della redenzione, che, secondo il testo conciliare, è la liturgia, non può avvenire senza le purificazioni e le maturazioni che vengono dalla sequela della croce» (J. Ratzinger / Benedetto XVI, Teologia della liturgia, LEV, Città del Vaticano 2010, pp. 775-776).

Questo linguaggio si scontra con quella mentalità incapace di accettare la possibilità di un reale intervento divino in questo mondo, in soccorso dell'uomo. Quindi, «la confessione di un intervento redentore di Dio per cambiare questa situazione di alienazione e di peccato è vista da quanti condividono la visione deista come integralista, e lo stesso giudizio è dato a proposito di un segnale sacramentale che rende presente il sacrificio redentore. Più accettabile, ai loro occhi, sarebbe la celebrazione di un segnale che corrispondesse a un vago sentimento di comunità. Il culto però non può nascere dalla nostra fantasia; sarebbe un grido nell'oscurità o una semplice autoaffermazione. La vera liturgia presuppone che Dio risponda e ci mostri come possiamo adorarlo. “La Chiesa può celebrare e adorare il mistero di Cristo presente nell'Eucaristia proprio perché Cristo stesso si è donato per primo ad essa nel sacrificio della Croce” (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, 14). La Chiesa vive di questa presenza e ha come ragion d'essere e di esistere quella di diffondere tale presenza nel mondo intero» (Benedetto XVI, Discorso del 15.04.2010).

Questa è la meraviglia della liturgia che, come ricorda il Catechismo, è culto divino, annuncio del Vangelo e carità in azione (cf. CCC, 1070). È Dio stesso che agisce e noi siamo attratti da questa sua azione, per essere trasformati in Lui.

[Modificato da Caterina63 21/03/2013 21.06]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Quando celebrare?/4: La Liturgia delle Ore (CCC 1174-1178)

 

La sezione liturgica del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), all’interno del paragrafo dedicato al «Quando celebrare?», dedica un certo spazio all’«Ufficio divino», oggi chiamato «Liturgia delle Ore» (LdO). La LdO è parte integrante del Culto divino della Chiesa, non una semplice appendice dei sacramenti. È sacra Liturgia in senso vero e proprio. Nella LdO, come in quella sacramentale (in particolare la Liturgia Eucaristica, di cui l’Ufficio è come il prolungamento), si incrociano due dinamiche: «dall’alto» e «dal basso».

Considerata «dall’alto», la LdO è stata portata sulla terra dal Verbo, quando si è incarnato per redimerci. Perciò l’Ufficio divino si definisce come «l’inno che si canta in Cielo per tutta l’eternità», introdotto «nell’esilio terreno» dal Verbo incarnato (cf. Pio XII, Mediator Dei: EE 6/565; ugualmente: Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium [SC], n. 83). Possiamo cantare le lodi di Dio perché Dio stesso ci abilita a ciò e ci insegna come farlo. In questo primo significato, la LdO rappresenta la riproduzione, operata dalla Chiesa pellegrinante e militante, del canto degli spiriti celesti e dei beati, che formano la Chiesa gloriosa del Cielo. È per questa ragione che il luogo in cui i monaci, i frati e i canonici si raccolgono per recitare l’Ufficio ha assunto il nome di «coro»: esso vuole riprodurre visibilmente gli ordini angelici e i cori dei santi, che incessantemente lodano la maestà di Dio (cf. Is 6,1-4; Ap 5,6-14). Pertanto, il coro è strutturato in forma circolare non per favorire il guardarsi gli uni gli altri mentre si celebra la LdO, bensì per rappresentare l’«affacciarsi del Cielo sulla terra» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 35) che avviene quando si celebra il Culto divino.

In secondo luogo, la LdO rispecchia una dinamica che «dal basso» va verso «l’alto»: è il movimento con cui la Chiesa terrena loda, adora, ringrazia il suo Signore e gli chiede favori, lungo l’intero arco del giorno. In ogni momento riceviamo benefici dal Signore, perciò è giusto che lo ringraziamo per essi ad ogni ora del giorno. È per questo che san Tommaso d’Aquino ritiene la preghiera un atto che, appartenendo alla virtù di religione, fa capo alla virtù della giustizia (cf. S. Th. II-II, 80, 1; 83, 3). Col «Prefazio» della S. Messa, possiamo dire che «è veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza» lodare il Signore in ogni momento del giorno.

Cristo per primo ha dato l’esempio di preghiera incessante, giorno e notte (cf. Mt 14,23; Mc 1,35; Eb 5,7). Il Signore ha poi raccomandato di pregare sempre, senza stancarsi mai (cf. Lc 18,1). Fedele alle parole e all’esempio del suo Fondatore (cf. 1Ts 5,17; Ef 6,18), sin dall’epoca apostolica la Chiesa ha sviluppato la propria preghiera quotidiana secondo un ritmo ordinato che coprisse l’intera giornata, assumendo in forma nuova le pratiche liturgiche del tempio di Gerusalemme. È certo che le due ore canoniche principali (Lodi e Vespri) sono sorte anche in relazione ai due sacrifici quotidiani del tempio: il mattutino e il vespertino. Anche le preghiere di Terza, Sesta e Nona corrispondono ad altrettanti momenti di orazione della prassi giudaica. Nel giorno di Pentecoste, gli apostoli erano riuniti in preghiera all’Ora Terza (cf. At 2,15). San Pietro ebbe la visione della tovaglia che scendeva dal cielo, mentre era in preghiera su una terrazza verso l’Ora Sesta (cf. At 10,9). In altra occasione, Pietro e Giovanni salivano al tempio a pregare all’Ora Nona (cf. At 3,1). E non dimentichiamo che Paolo e Sila, chiusi in carcere, pregavano cantando inni a Dio verso la mezzanotte (cf. At 16,25).

Non stupisce, allora, che già a fine I secolo, il Papa san Clemente potesse ricordare: «Dobbiamo fare con ordine tutto ciò che il Signore ci comandò di compiere nei tempi fissati. Egli ci prescrisse di fare le offerte e le liturgie e non a caso o senz’ordine, ma in circostanze e ore stabilite» (Ai Corinzi, XL, 1-2). La Didachè (cf. VIII, 2) raccomanda di recitare il Padre Nostro tre volte al giorno, cosa che attualmente la Chiesa fa alle Lodi, ai Vespri e nella S. Messa. Tertulliano così interpreta tale tradizione antica: «Noi preghiamo, come minimo, non meno di tre volte al giorno, dato che siamo debitori dei Tre: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (De oratione, XXV, 5). In Occidente, il grande ordinatore dell’Ufficio divino è stato san Benedetto da Norcia, che ha perfezionato l’uso precedente della Chiesa di Roma.

Da quanto detto, emergono almeno due considerazioni fondamentali. La prima è che la LdO, poiché essenzialmente cristocentrica, è profondamente ecclesiale. Ciò implica che, in quanto Culto pubblico della Chiesa, la LdO è sottratta all’arbitrio del singolo ed è normata dalla gerarchia ecclesiastica. Inoltre, essa rappresenta una lettura ecclesiale della Sacra Scrittura, perché i salmi e le letture bibliche sono interpretate dai testi dei Padri, dei Dottori e dei Concili, nonché dalle orazioni liturgiche composte dalla Chiesa stessa (cf. CCC, 1177). In quanto Culto pubblico, la LdO ha anche una componente visibile e non solo una interiore. Essa è l’unione di preghiera e gesti. Se è vero che «la mente deve concordare con la voce» (cf. CCC, 1176), è anche vero che il Culto non si celebra solo con la mente, ma anche col corpo (cf. S. Th., II-II, 81, 7). Perciò la Liturgia prevede canti, dizioni verbali, gesti, inchini, prostrazioni, genuflessioni, incensazioni, paramenti, ecc. Ciò si applica anche all’Ufficio divino. Inoltre, il carattere ecclesiale della LdO fa sì che per sua natura essa «è destinata a diventare la preghiera di tutto il popolo di Dio» (CCC, 1175). In questo senso, se resta vero che l’Ufficio appartiene soprattutto ai sacri ministri ed ai religiosi – e ad essi la Chiesa in particolare lo affida – esso coinvolge sempre tutta la Chiesa: i fedeli laici (per quanto ad essi è possibile parteciparvi), le anime del Purgatorio, i beati e gli angeli nelle loro diverse schiere. Cantando le lodi di Dio, la Chiesa terrena si unisce a quella celeste e si prepara a raggiungerla. Così, la LdO «è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera di Cristo, con il suo Corpo, al Padre» (SC, n. 84, cit. in CCC, 1174).


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Quando celebrare?/3: L'anno liturgico (CCC 1168-1173)

 

 

Nella Pasqua, che significa inseparabilmente croce e resurrezione, si sintetizza l’intera storia della salvezza ed è presente in forma concentrata tutta l’opera della redenzione. “Si potrebbe dire che la Pasqua costituisce la categoria centrale della teologia del Concilio” (J. Ratzinger, Opera omnia, 774). In questo contesto si situa anche l’Anno liturgico. Infatti, “a partire dal Triduo pasquale, come dalla sua fonte di luce, il tempo nuovo della risurrezione permea tutto l’anno liturgico del suo splendore” (Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1168).

Non poteva essere diversamente, dato che la Passione, morte e resurrezione del Signore “è un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti dal passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L’evento della croce e della risurrezione rimane e attira tutto verso la Vita” (CCC, 1085).

È vero che la crocifissione di Cristo, la sua morte in croce e, in maniera diversa, la sua resurrezione dal sepolcro, sono eventi storici unici che, in quanto tali, appartengono al passato. Ma se fossero unicamente fatti del passato, non potrebbe esistere una reale connessione con essi. In ultima analisi non avrebbero nulla a che fare con noi. Per questo il CCC prosegue affermando: “L’economia della salvezza è all’opera nello svolgersi del tempo, ma dopo il suo compimento nella Pasqua di Gesù e nell’effusione dello Spirito Santo, la conclusione della storia è anticipata, «pregustata», e il regno di Dio entra nel nostro tempo” (CCC, 1168).

Dobbiamo riconoscere che la resurrezione è talmente al di fuori del nostro orizzonte, risulta talmente estranea a tutte le nostre esperienze, che è possibile chiederci: che cosa è questo “risuscitare”? Che cosa significa per noi?

Benedetto XVI si avvicina a questo Mistero e afferma: “Essa è – se possiamo una volta usare il linguaggio della teoria dell’evoluzione – la più grande “mutazione”, il salto assolutamente più decisivo verso una dimensione totalmente nuova, che nella lunga storia della vita e dei suoi sviluppi mai si sia avuta: un salto in un ordine completamente nuovo, che riguarda noi e concerne tutta la storia. [...] Egli era una cosa sola con il Dio vivente, unito a Lui talmente da formare con Lui un’unica persona [...]. La sua propria vita non era sua propria soltanto, era una comunione esistenziale con Dio e un essere inserito in Dio, e per questo non poteva essergli tolta realmente. Per amore, Egli poté lasciarsi uccidere, ma proprio così ruppe la definitività della morte, perché in Lui era presente la definitività della vita. Egli era una cosa sola con la vita indistruttibile, in modo che questa attraverso la morte sbocciò nuovamente. Esprimiamo la stessa cosa ancora una volta partendo da un altro lato. La sua morte fu un atto di amore. Nell’Ultima Cena, Egli anticipò la morte e la trasformò nel dono di sé. La sua comunione esistenziale con Dio era concretamente una comunione esistenziale con l’amore di Dio, e questo amore è la vera potenza contro la morte, è più forte della morte” (Omelia della Veglia Pasquale, 15.04.2006).

Questo è il vero nucleo e la vera grandezza dell’Eucaristia, che è sempre più che un banchetto, poiché per mezzo della sua celebrazione si fa presente il Signore, insieme con i meriti della sua morte e risurrezione, evento centrale della nostra salvezza (cf. Ecclesia de Eucharistia, 11). In questo modo, “il mistero della risurrezione, nel quale Cristo ha annientato la morte, permea della sua potente energia il nostro vecchio tempo, fino a quando tutto gli sia sottomesso” (CCC, 1169). Questo accade perché Cristo, Dio e uomo, mantiene sempre attuale, nella sua dimensione personale di eternità, il valore dei fatti storici del passato, quali la sua morte e risurrezione.

Per questo la Chiesa celebra l’opera salvifica di Cristo, ogni settimana nel giorno del Signore,in ciò che la celebrazione eucaristica suppone un incamminarsi verso l’interno della contemporaneità con il mistero della Pasqua di Cristo, e una volta all’anno, nella massima solennità della Pasqua, che non è semplicemente una festa tra le altre, ma la “Festa delle feste”, “Solennità delle solennità” (CCC, 1169).

Dall’altra parte, nello stesso modo in cui “durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con l’insegnamento e anticipava con le azioni il suo mistero pasquale” (CCC, 1085), adesso durante il tempo della Chiesa, l’anno liturgico si presenta come “il dispiegarsi dei diversi aspetti dell’unico mistero pasquale. Questo è vero soprattutto per il ciclo delle feste relative al mistero dell’Incarnazione le quali fanno memoria degli inizi della nostra salvezza e ci comunicano le primizie del mistero di Pasqua” (CCC, 1171).

Infine, durante tutto l’anno liturgico la Chiesa venera in modo speciale la Santissima Vergine, “congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo; in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, e contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere” (CCC, 1172). E nella memoria dei santi “proclama il mistero pasquale in coloro che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi, che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo, e implora per i loro meriti i benefici di Dio” (CCC, 1173).


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Quando celebrare?/1: Il tempo liturgico (CCC 1163-1165)

 

 

La Chiesa celebra ogni anno la redenzione compiuta da Gesù Cristo, a cominciare dalla domenica, il giorno della settimana che prende il nome dal Signore risorto, fino a culminare nella grande solennità nella Pasqua annuale. Ma sono tutti i misteri della vita di Cristo ad essere passati in rassegna e a farsi presenti: in che senso? Se Cristo è contemporaneo ad ogni uomo in ogni tempo, le sue azioni, in quanto Figlio di Dio, non sono fatti del passato ma atti sempre presenti in ogni tempo, con tutti i loro meriti, che perciò arrecano salvezza a quanti ne fanno memoria (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1163). Le azioni di Gesù Cristo sono eterne come le sue parole: comunicano e spiegano la vita; perciò non passano, a cominciare dall’atto supremo del suo sacrificio sulla croce; questo è ripresentato o rinnovato, come dice ancora il Catechismo, in quanto non è mai passato, ma è sempre presente. E noi ne facciamo memoria, obbedendo all’invito di Lui: «Fate questo in memoria di me».

Forse è cruciale comprendere il concetto di memoria per capire il tempo liturgico: esso non significa il ricordo del passato, ma la capacità dell’uomo, da Dio donata, di comprendere in unità nell’oggi il passato e il futuro. In effetti, l’uomo che perde la memoria, non solo dimentica il passato, ma non comprende chi egli è al presente, e tanto meno può proiettarsi nel futuro.

Poi, nel fluire del tempo vi sono le feste cristiane – festum sta a ricordare qualcosa a cui si accorre, ci si affretta, si celebra, ossia si frequenta numerosi – ma anche i giorni feriali nei quali non si è necessariamente in molti, eppure ugualmente si fa memoria di Cristo, il quale è oggi e sempre. Le feste sono in gran parte la continuazione e il compimento di quelle giudaiche, a cominciare dalla Pasqua.

Non basta commemorarle, o meglio le si commemora rendendo grazie – perciò le feste si celebrano essenzialmente con l’Eucaristia –, ma è necessario anche tramandarle alle nuove generazioni e conformare ad esse la propria vita. La moralità dell’uomo dipende dalla memoria di Dio, dice sant’Agostino nelle Confessioni: più si festeggia il Signore, potremmo dire, e più si diventa morali. Il tempo liturgico si rivela così tempo della Chiesa, collocato tra la Pasqua storica e l’avvento del Signore alla fine dei tempi. Il mistero di Cristo, attraversando il tempo, fa nuove tutte le cose. Perciò ogni volta che facciamo festa, riceviamo la grazia che ci rinnova e ci trasforma (cf. CCC, 1164).

Ma nel lessico teologico-liturgico c’è un avverbio temporale che racchiude bene il tempo liturgico: «oggi», in latino hodie, in greco kairòs. La liturgia, specialmente nelle grandi feste, afferma che Cristo oggi è nato, oggi è risorto, oggi è asceso al cielo. Non è una trovata: Gesù stesso diceva: «oggi è entrata la salvezza in questa casa...», «oggi sarai con me in paradiso». Con Gesù, Figlio di Dio, il tempo dell’uomo è «oggi», è presente. È lo Spirito Santo che fa questo, con la sua irruzione nel tempo e nello spazio. In Terra Santa, la liturgia aggiunge anche l’avverbio di luogo: «qui», hic. Lo Spirito di Gesù risorto fa entrare l’uomo nell’«ora» di Dio che è venuta in Cristo e che attraversa il cosmo e la storia. Con la citazione dello Pseudo-Ippolito, il Catechismo ricorda che, per noi che crediamo in Cristo, è sorto un giorno di luce, lungo, eterno, che non si spegnerà più: la Pasqua mistica (CCC, 1165).

Abbiamo esordito affermando che Gesù è nostro contemporaneo: perché è il Figlio di Dio, il Vivente entrato nella storia. Senza di Lui l’anno e le feste liturgiche sarebbero vuote di senso e prive di efficacia per la nostra vita. «Cosa significa affermare che Gesù di Nazaret, vissuto tra la Galilea e la Giudea duemila anni fa, è “contemporaneo” di ciascun uomo e donna che vive oggi e in ogni tempo? Ce lo spiega Romano Guardini, con parole che rimangono attuali come quando furono scritte: “La sua vita terrena è entrata nell’eternità e in tal modo è correlata ad ogni ora del tempo redento dal suo sacrificio... Nel credente si compie un mistero ineffabile: Cristo che è ‘lassù’, ‘assiso alla destra del Padre’ (Col 3,1), è anche ‘in’ quest’uomo, con la pienezza della sua redenzione; poiché in ogni cristiano si compie di nuovo la vita di Cristo, la sua crescita, la sua maturità, la sua passione, morte e risurrezione, che ne costituisce la vera vita”(R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, p. 141)» (Benedetto XVI, Messaggio al Convegno “Gesù nostro contemporaneo”, 09.02.2012).

Il giorno di Cristo, il giorno che è Cristo, costituisce il tempo liturgico. Chiunque segue Lui, si offre a Lui, si unisce al suo sacrificio vivente con tutto se stesso, compie l’opera di Dio, cioè fa liturgia.

Il tempo liturgico richiama la dimensione cosmica della creazione e della redenzione del Signore che ha ricapitolato in sé tutte le cose, tutto il tempo e lo spazio. Per questo la preghiera cristiana, la preghiera di coloro che adorano il vero Dio, è rivolta a Oriente, punto cosmico dell’apparizione della Presenza. E il tempo e lo spazio liturgici l’hanno fissato specialmente nella Croce, a cui rivolgersi per guardare al Signore. Come ripristineremo la percezione tra noi del tempo liturgico? Guardando a Cristo, principio e fine, alfa e omega dell’Apocalisse, che fa nuove continuamente tutte le cose. Proprio il simbolismo della Pasqua, con l’accensione del cero, sta a ricordarlo.

 

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Come celebrare?/2: Canto e Musica (CCC 1156-1158)


 

Da tempo immemorabile, il canto e la bella musica hanno fornito un'interfaccia alle altezze e alle profondità delle emozioni umane. Tuttavia, lì dove essi sono formativi nella liturgia, il loro scopo più elevato è quello di dare gloria a Dio nel culto, cosa che, inevitabilmente, finisce per eclissare il loro nobile ma limitato destino di voler soddisfare il desiderio di un’ottima prestazione. Soprattutto dal momento che è rivolta a Dio, «la tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della liturgia solenne» (Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC] 1156 e Sacrosanctum Concilium [SC] 112). Secondo la tradizione dell’Antica Alleanza, non solo i salmi e gli inni sono centrali nella liturgia ebraica e cristiana, ma anche la diversità musicale e dei registri simbolici dei vari strumenti musicali (CCC 1156). Dal punto di vista moderno, è difficile stabilire quali fossero tutti gli strumenti, anche se un senso della loro sinfonia può essere captato grazie al nostro apprezzamento per la versatilità dell’organo a canne che annuncia, così abilmente, le atmosfere distintive dell'anno liturgico. Non si dovrebbe mai perdere di vista l’appello di SC 120 a sostegno della particolare stima che dovrebbe essere garantita all'organo a canne, anche quando altri strumenti sono consentiti nella liturgia, sulla base del fatto che sono adatti all'uso sacro.

Le varietà degli stati d'animo espressi dai vari generi di strumenti musicali nella liturgia dell'Antico Testamento sono indicati con la loro gamma. Tra gli strumenti a corde, la lira, cetra o kinnōr veniva udita nel tempio durante le feste e ai banchetti, come indicato in 1Cronache 15,16 e in Isaia 5,12. Tra l’altro, è lo stesso strumento usato da Davide per far riposare Saul, come indicato in 1Samuele 16,23. Il nebel o arpa era spesso suonato insieme con la cetra come suggerito nel Salmo 108 (107). Mentre il nebel a dieci corde, come si vede nel Salmo 144 (143), può essere paragonabile ad una cetra ed è dissimile da un liuto. Tra gli strumenti a fiato c’erano la tromba in Numeri 10, utilizzata per feste e altre cerimonie importanti; il flauto, elencato nel gruppo di strumenti di Daniele 3,5 e l'halīl o flauto di canna che fu usato per simboleggiare il dolore in Geremia 48,36 e per proclamare la gioia in 1Re 1,40. Nondimeno erano presenti strumenti a percussione come i piatti del Salmo 150 e i sonagli sulle vesti di Aronne in Esodo 28,33-35.

I tesori della liturgia palpitano vita quando sono celebrati e nobilitano il canto e la musica di culto. L'atto stesso dello scambio tra noi e Dio rende presente un luogo dove Dio abita e nel quale gli esseri umani sono toccati dalla vita unica di Dio. Questa dimora di Dio si trova nella liturgia. La liturgia non è un mero simbolo del mistero divino o un mero simbolo della verità della rivelazione cattolica. Ci rende presenti a noi stessi nella e attraverso la celebrazione liturgica. Queste componenti essenziali della liturgia ci mostrano che le nostre celebrazioni non possono essere limitate al come ci sentiamo o da un imperativo emotivo per il quale dobbiamo sentirci bene quando e come celebriamo; e ciò va detto, nonostante il valore oggettivo di questi aspetti per il modo in cui rivolgiamo un messaggio a Dio. La liturgia deve comunicare il significato della Chiesa e, al tempo stesso, il suo significato tra i partecipanti che, a loro volta, vengono nutriti nello Spirito e nella Verità. Fedeltà a quello che sembra un rapporto a lunga distanza, ma che nella liturgia diventa una sensazione temporanea mano a mano che le persone si adeguano al linguaggio sacro della Messa. Senza dimenticare che le persone riconosceranno, col tempo, che crescerà l’amore per i testi che verranno sempre meglio conoscendo. Tre criteri devono essere tenuti presenti per il canto e la musica per realizzare il loro potenziale: «la bellezza espressiva della preghiera, l’unanime partecipazione dell’assemblea nei momenti previsti e il carattere solenne della celebrazione» (CCC 1157).

La liturgia descrive e forma relazioni. Le relazioni hanno bisogno di perseveranza, e all'interno di esse possono nascere equivoci. La liturgia è il luogo di incontro dove Dio mostra la profondità del patto del suo amore, in modo che «gli uomini caduti possono rialzarsi sulle ali della preghiera» (Stanbrook Abbey Hymnal, «Signore Dio, la Tua luce che offusca le stelle» (Lord God, your light which dims the stars), versetto 2, pubblicato nel 1974). Nella liturgia, Dio incontra l’anthropos (l’uomo) su una terra santa. Quindi «si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, e nelle stesse azioni liturgiche», in conformità con le norme della Chiesa, «possano risonare le voci dei fedeli» (SC 118, CCC 1158). Pertanto, il nostro servizio alla liturgia nella celebrazione liturgica non prevede di mettere i nostri gusti personali e le nostre scelte particolari davanti a quello che la Chiesa ha tramandato fino a noi. L'autentica partecipazione liturgica celebrerà verità trascendenti il tempo e lo spazio, poiché «lo Spirito Santo guida i credenti alla verità tutta intera e in essi fa dimorare abbondantemente la parola di Cristo, e la Chiesa perpetua e trasmette tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede, anche quando offre le preghiere di tutti i fedeli a Dio, per mezzo di Cristo e nella potenza dello Spirito Santo» (SC 33; Liturgiam authenticam 19).


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Come celebrare?/1: Segni e Simboli, Parole e Azioni (CCC 1145-1155)

 
 

La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium definisce la sacra liturgia come «l’esercizio della funzione (munus) sacerdotale di Gesù Cristo», in cui «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (n. 7). Nella vita sacramentale della Chiesa, il «tesoro nascosto nel campo», del quale parla Gesù nella parabola evangelica (Mt 13,44), è reso percettibile ai fedeli attraverso i sacri segni. Mentre gli elementi essenziali dei sacramenti – detti forma e materia nella terminologia della teologia scolastica – sono distinti da una stupenda umiltà e semplicità, la liturgia, in quanto azione sacra, li circonda di riti e di cerimonie che illustrano e fanno comprendere meglio la grande realtà del mistero. Così avviene una traduzione in elementi sensibili e quindi più accessibili alla conoscenza umana, affinché la comunità cristiana, «sacris actionibus erudita – istruita dalle azioni sacre», come dice un’antica preghiera del Sacramentario Gregoriano (cf. Missale Romanum 1962, Orazione Colletta, Sabato dopo la Prima Domenica della Passione), sia disposta a ricevere la grazia divina.

Nel fatto che la celebrazione sacramentale è «intessuta di segni e di simboli», si esprime «la pedagogia divina della salvezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], n. 1145), già enunciata in modo eloquente dal Concilio di Trento. Riconoscendo che «la natura umana è tale, che non facilmente viene tratta alla meditazione delle cose divine senza accorgimenti esteriori», la Chiesa «usa i lumi, gli incensi, le vesti e molti altri elementi trasmessi dall’insegnamento e dalla tradizione apostolica, con cui venga messa in evidenza la maestà di un Sacrificio così grande [la Santa Messa], e le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose, che sono nascoste in questo Sacrificio» (Concilio di Trento, Sessione XXII, 1562, Doctrina de ss. Missae Sacrificio, c. 5, DS 1746).

In questa realtà si esprime un’esigenza antropologica: «In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio» (CCC, n. 1146). I simboli e segni nella celebrazione liturgica appartengono a quegli aspetti materiali che non si possono trascurare. L’uomo, creatura composta di anima e corpo, ha bisogno di usare le cose materiali anche nel culto divino, perché è obbligato a raggiungere le realtà spirituali attraverso i segni sensibili. L’espressione interna dell’anima, se è genuina, cerca allo stesso tempo una manifestazione corporea esterna, e, viceversa, la vita interna è sostenuta dagli atti esterni, atti liturgici.

Molti di tali segni, come i gesti di preghiera (le braccia aperte, le mani giunte, inginocchiarsi, andare in processione ecc.), appartengono alla comune eredità dell’umanità, come testimoniano le varie tradizioni religiose. «La liturgia della Chiesa presuppone, integra e santifica elementi della creazione e della cultura umana conferendo loro la dignità di segni della grazia, della nuova creazione in Gesù Cristo» (CCC, n. 1149).

Di importanza centrale sono i segni dell’Alleanza, «simboli delle grandi opere compiute da Dio per il suo popolo», fra cui si annoverano «l’imposizione delle mani, i sacrifici, e soprattutto la pasqua. In questi segni la Chiesa riconosce una prefigurazione dei sacramenti della Nuova Alleanza» (CCC, n. 1151). Gesù stesso si serve di questi segni nel suo ministero terreno e ne dà un nuovo significato, soprattutto nell’istituzione dell’Eucaristia. Il Signore Gesù prese del pane, lo spezzò e lo diede ai suoi apostoli, compiendo così un gesto che corrisponde ad una verità profonda e la esprime in modo sensibile. I segni sacramentali, che si sono sviluppati nella Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo, continuano questa opera di santificazione e, allo stesso tempo, «prefigurano e anticipano la gloria del cielo» (CCC, n. 1152).

In quanto la liturgia ha un linguaggio proprio, che si esprime anche nei segni e nei simboli, la sua comprensione non è mai solo intellettuale, ma coinvolge l’uomo in modo totale, incluso l’immaginazione, la memoria, e in certo modo tutti i cinque sensi. Comunque, non è da trascurare l’importanza della parola: Parola di Dio proclamata nella celebrazione sacramentale e parola di fede che risponde ad essa. Già Sant’Agostino d’Ippona ha messo in rilievo che la «causa efficiente» del sacramento, cioè quella che fa di un elemento materiale il segno d’una realtà spirituale e annette a tale elemento il dono della grazia divina, è la parola di benedizione proferita in nome di Cristo dal ministro della Chiesa. Come scrive il grande Dottore della Chiesa riguardo al battesimo: «Togli la parola, e che cos’e 1’acqua se non acqua? Si accosta la parola all’elemento, e si ha il sacramento(Accedit verbum ad elementum et fit sacramentum)» (In Iohannis evangelium tractatus, 80, 3).

Infine, le parole e le azioni liturgiche sono inseparabili e costituiscono i sacramenti, attraverso cui lo Spirito Santo realizza «le “meraviglie” di Dio annunziate dalla Parola; rende presente e comunica l’opera del Padre compiuta dal Figlio diletto» (CCC, n. 1155).

 

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Chi celebra? (CCC nn. 1136-1144)


 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), richiamando la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (cf. n. 8), insegna che «nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa Città di Gerusalemme» (n. 1090). Riprendendo questa consapevolezza squisitamente teologica, ribadisce poi che «coloro che celebrano il culto liturgico, vivono già in qualche modo, al di là dei segni, nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa» (n. 1136). Ed aggiunge: «è a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza» (n. 1139).

L’azione liturgica allora non si esaurisce nella sua dimensione meramente storica. Essa piuttosto è un assaggio (cf. Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 28 giugno 2000), un riflesso reale seppur pallido (cf. Benedetto XVI, Omelia alla celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, 12 settembre 2008), di quella che incessantemente si celebra nell’alto dei cieli. La Liturgia ecclesiale, dunque, non costituisce semplicemente un’imitazione più o meno fedele della Liturgia celeste, né tantomeno una celebrazione parallela o alternativa. Essa, piuttosto, significa e rappresenta una concreta epifania sacramentale della Liturgia eterna.

Una delle immagini bibliche che stanno a fondamento di tutto ciò la propone il Libro dell’Apocalisse, nelle cui pagine viene delineata una luminosa icona di Liturgia celeste (cf. Ap 4–5; 6,9; 7,1-9; 12; 14,1; 21; 22,1; e anche CCC, nn. 1137-1138).

È l’intera creazione che eleva a Dio una lode incessante. Ed è proprio a questa Liturgia ininterrotta del cielo che la comunità costituita dal popolo santo di Dio, radunata in fraterna esultanza nell’assemblea liturgica, misticamente si associa nelle celebrazioni ecclesiali. Cielo e terra si ricongiungono in una sublime communio sanctorum.

Non risulta allora difficile comprendere la verità di fede esposta dal Catechismo quando insegna che la Liturgia è azione del «Cristo tutto intero» (CCC n. 1136), ossia del Capo inscindibilmente unito al Suo Corpo Mistico, che è la Chiesa nel suo insieme: celeste, purgante, pellegrinante.

L’azione liturgica che si compie, inoltre, non rappresenta una celebrazione dei membri di una qualsiasi comunità ecclesiale. È sempre la Chiesa tutta, quella universale, ad esserne realmente coinvolta. Anzi, è proprio nella Liturgia che la scultorea descrizione della Chiesa come «sacramento di unità» si invera nel suo massimo fulgore. In essa, infatti, l’intima unità che vige tra i fedeli diventa espressione viva, reale e concreta.

A questo proposito il CCC, al n. 1140, parla anche della preferenza che, nel culto liturgico, deve essere data alla celebrazione comunitaria rispetto a quella individuale e quasi privata. Ciò si spiega soprattutto per il valore «epifanico» della liturgia: il rito comunitario, cioè, non è un rito che «vale» di più, ma senz’altro è un rito che manifesta meglio il carattere ecclesiale di ogni celebrazione liturgica.

Nello stesso numero del Catechismo si specifica pure che non tutti i riti liturgici comportano una celebrazione comunitaria: ciò vale in particolare per il Sacramento della Riconciliazione (la cui celebrazione – tranne casi del tutto eccezionali – deve essere individuale!), per l’Unzione degli infermi, e per numerosi Sacramentali. Il Sacrificio eucaristico rappresenta invece il grado massimo che può esprimere la celebrazione comunitaria: viene offerto infatti a nome di tutta la Chiesa, è il principale segno dell’unità, il più grande vincolo di carità.

C’è da dire comunque che, anche quando l’azione liturgica viene compiuta secondo la modalità individuale, essa non perde mai il suo carattere essenzialmente ecclesiale, comunitario e pubblico.

È necessario, poi, che la partecipazione all’azione liturgica sia «attiva», ovvero il singolo fedele non assicuri solo una presenza esteriore, ma anche un interiore coinvolgimento attraverso una consapevole attenzione della mente e una predisposizione del cuore, che sono sia risposta dell’uomo suscitata dalla grazia, sia fruttuosa cooperazione con essa.

La dimensione essenzialmente comunitaria dell’azione liturgica non esclude, però, che coesista la dimensione gerarchica (al contrario, il concetto stesso di «Comunità ecclesiale» richiede ed include quello di «Gerarchia ecclesiale»). Il Culto liturgico, infatti, riflettendo la natura teandrica della Chiesa, è azione di tutto il popolo santo di Dio, che è ordinato e agisce sotto la guida dei sacri ministri. L’espressa menzione dei vescovi (cf. CCC, n. 1140) è un richiamo alla costitutiva centralità della figura episcopale, attorno alla quale ruota la vita liturgica della Chiesa locale. In parole più semplici, sebbene la celebrazione sia di tutta la Chiesa, essa non può svolgersi senza i sacri ministri. In modo particolare, ciò vale per l’Eucaristia, la cui celebrazione è riservata ai sacerdoti per diritto divino.

All’interno dell’azione liturgica, intesa quale manifestazione limpida dell’unità del Corpo della Chiesa, in virtù del proprio Battesimo, il singolo fedele svolge il proprio compito, a seconda del suo stato di vita e dell’ufficio che ricopre all’interno della comunità (cf. CCC, nn. 1142; 1144). Oltre ai ministri consacrati (vescovi, sacerdoti e diaconi), vi è anche una varietà di ministeri liturgici (sagrista, ministrante, lettore, salmista, accolito, commentatore, musici, coristi, ecc.) il cui compito è normato dalla Chiesa, o determinato e specificato dal vescovo diocesano secondo le tradizioni liturgiche o le necessità pastorali della Chiesa particolare a cui è preposto.

 

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La liturgia fonte di vita, di preghiera e di catechesi (CCC 1071-1075)


 

I nn. 1071-1075 del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) trattano della sacra liturgia in quanto fonte di vita, nonché della sua relazione con la preghiera e con la catechesi. La liturgia è fonte di vita innanzitutto perché è «opera di Cristo» (CCC, 1071). In secondo luogo, perché «è anche un’azione della sua Chiesa» (ibid.). Ma, tra questi due aspetti, qual è quello preminente? E inoltre, cosa significa in questo contesto la parola «vita»?

Risponde il Concilio Vaticano II: «Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall’Eucaristia, deriva in noi, come da una fonte, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini in Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium [SC], 10). Si comprende così che, quando si chiama la liturgia fonte di vita, si intende dire che da essa sgorga la grazia. Con questo, si è già risposto anche alla prima domanda: la liturgia è fonte di vita principalmente perché è opera di Cristo, Autore della grazia.

Un principio classico del cattolicesimo, tuttavia, afferma che la grazia non toglie la natura, bensì la suppone e la perfeziona (cf. san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, 1, 8 ad 2 ecc.). Perciò anche l’uomo coopera al culto liturgico, che è azione sacerdotale del «Cristo tutto intero», ossia il Capo, che è Gesù, e le membra, che sono i battezzati. Così la liturgia è fonte di vita anche in quanto azione della Chiesa. Proprio in quanto opera di Cristo e della Chiesa, la liturgia è «azione sacra per eccellenza» (SC, 7), dona ai fedeli la vita di Cristo e richiede la loro partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa (cf. SC, 11). Qui si comprende anche il legame della sacra liturgia con la vita di fede: potremmo dire «dalla Vita alla vita». La grazia che ci è donata da Cristo nella liturgia chiama ad un coinvolgimento vitale: «La sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa» (SC, 9), infatti «essa deve essere preceduta dall’evangelizzazione, dalla fede e dalla conversione; allora è in grado di portare i suoi frutti nella vita dei fedeli» (CCC, 1072).

Non a caso, al momento di raccogliere gli scritti liturgici di J. Ratzinger in un unico volume, dal titolo Teologia della liturgia, si è pensato di esprimere una delle intuizioni fondamentali dell’autore aggiungendo il sottotitolo: La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana. È una traduzione in termini teologici di ciò che Gesù ha detto nel Vangelo con le parole: «Senza di me, non potete fare nulla» (Gv 15,5). Nella sacra liturgia noi riceviamo il dono di quella vita divina di Cristo senza la quale non possiamo fare nulla di valido per la salvezza. Perciò la vita del cristiano non è altro che una continuazione, o il frutto, della grazia che si riceve nel culto divino, in particolare in quello eucaristico.

In secondo luogo, la liturgia ha una stretta relazione con la preghiera. Di nuovo, il fulcro di comprensione di questo rapporto è il Signore: «La liturgia è anche partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo. In essa ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine» (CCC, 1073). La liturgia è dunque anche fonte di preghiera. Da essa impariamo a pregare nel modo giusto. Siccome la liturgia è la preghiera sacerdotale di Gesù, cosa possiamo imparare da essa per la nostra preghiera personale? In cosa consisteva la preghiera del Signore? «Per comprendere Gesù sono fondamentali gli accenni ricorrenti al fatto che Egli si ritirava “sul monte” e lì pregava per notti intere, “da solo” con il Padre. [...] Questo “pregare” di Gesù è il parlare del Figlio con il Padre in cui vengono coinvolte la coscienza e la volontà umane, l’anima umana di Gesù, di modo che la “preghiera” dell’uomo possa divenire partecipazione alla comunione del Figlio con il Padre» (J. Ratzinger/Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, I, Rizzoli, Milano 2007, pp. 27-28). In Gesù, la preghiera “personale” non è distinta dalla sua preghiera sacerdotale: secondo la Lettera agli Ebrei, la preghiera sofferta di Gesù durante la Passione «costituisce la messa in atto del sommo sacerdozio di Gesù. Proprio nel suo gridare, piangere e pregare Gesù fa ciò che è proprio del sommo sacerdote: Egli porta il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio. Porta l’uomo davanti a Dio» (ibid., II, LEV, Città del Vaticano 2010, p. 184).

In una parola, la preghiera di Gesù è una preghiera di colloquio, una preghiera svolta alla presenza di Dio. Gesù ci insegna questo tipo di preghiera: «È necessario tenere sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani. Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l’orientamento verso Dio» (ibid., I, p. 159). La liturgia, dunque, ci insegna a pregare perché ci riorienta costantemente verso Dio: «In altro i nostri cuori – sono rivolti al Signore!». La preghiera è essere rivolti al Signore – e questo è anche il senso profondo della partecipazione attiva alla liturgia.

Infine, la preghiera è «luogo privilegiato della catechesi [...] in quanto procede dal visibile all’invisibile» (CCC, 1074-1075). Ciò implica che i testi, i segni, i riti, i gesti e gli elementi ornamentali della liturgia devono essere tali da trasmettere davvero il Mistero che significano e possano così essere utilmente spiegati all’interno della catechesi mistagogica.

 

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La liturgia, opera della Trinità/1: Dio Padre (CCC 1077-1083)
 

Senza la mediazione del Figlio non avremmo conosciuto il Padre e non avremmo ricevuto lo Spirito che ci permette di riconoscere il Figlio come Signore e di adorare in lui il Padre. Il Padre ha compiuto tale scelta di renderci capaci di tutto ciò, ossia di adottarci come figli, prima della creazione del mondo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1077). La capacità di operare come singoli e come membri di un popolo scelto e consacrato si chiama “liturgia”: a ragione definita opera del mistero delle tre Persone. L’azione trinitaria, cioè, è il prototipo dell’azione sacra o liturgica. Ma, visto l’attivismo ecclesiastico e liturgico che ha portato ad adottare termini come “attore” e “operatore” persino nella sacra liturgia, dobbiamo definire, a scanso di equivoci, la natura di questa azione. L’azione sacra della liturgia è essenzialmente una “benedizione”, termine a tutti noto, ma non nel suo vero significato. Lo fa l’articolo seguente del Catechismo che conviene riportare per intero: «Benedire è un’azione divina che dà la vita e di cui il Padre è la sorgente. La sua benedizione è insieme parola e dono (“bene-dictio” – “eu-logía”). Riferito all’uomo, questo termine significherà l’adorazione e la consegna di sé al proprio Creatore nell’azione di grazie» (CCC, 1078).

Dunque, la liturgia è benedizione divina, parola e dono, e adorazione umana, ossia azione di grazie (eucaristia) e offerta. Non c’è tutta la santa Messa in questa definizione? Nessuno può omettere di definire così la sacra liturgia, ossia sacramento. L’adorazione non è altro che la stessa liturgia. Ogni tentativo di scindere le due cose va contro la fede e la verità cattolica.

Non si sostiene oggi che l’uomo adora Dio con tutto il suo essere? Vuol dire con l’anima e col corpo. Perciò nella Bibbia tutta «l’opera di Dio è benedizione» (cf. CCC, 1079-1081): è la dimensione cosmica che innerva la Sacra Scrittura dalla Genesi all’Apocalisse e parimenti la liturgia. Se benedire vuol dire adorare, la benedizione o adorazione nella Scrittura è documentata dalla prostrazione e dal piegare fisicamente le ginocchia e metafisicamente il cuore. Solo il diavolo non si inginocchia, perché – dicono i Padri del deserto – non ha le ginocchia. Così san Paolo vede dinanzi a Gesù la consonanza tra storia sacra e il cosmo: ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e sottoterra. Conseguenza concreta: il gesto dell’inginocchiarsi deve tornare ad essere primario nel rito della Messa, nell’andamento, ispirazione e sapore del canto sacro, nella suppellettile sacra: una chiesa senza inginocchiatoi non è una chiesa cattolica. Perché prostrarsi? Perché la benedizione divina si manifesta in specie con «la presenza di Dio nel tempio» (CCC, 1081): dinanzi alla Sua presenza, il primo e fondamentale gesto è l’adorazione. Non si dica che il tempio è stato abolito, in quanto Gesù lo ha purificato sostituendolo col suo corpo in cui abita corporalmente la sua divinità: così la presenza divina è ora quella del Corpo di Cristo e massimamente coincide col SS. Sacramento. Si badi che fin qui abbiamo parlato di cose rivelate dal Signore stesso nella Sacra Scrittura. In Introduzione allo spirito della liturgia, Joseph Ratzinger ha mostrato quanto abbia nociuto nella riforma liturgica aver reciso il legame tra tempio giudaico e chiesa cristiana: lo vediamo oggi nelle nuove chiese, proprio mentre a livello ecumenico si dialoga con gli ebrei. Se il corpo di Cristo è costituito dall’edificio spirituale dei suoi membri (cf. 1Pt 2,5), si deve sapere che dove la Chiesa si raduna per i Misteri nasce uno “spazio santo”.

Ora, si può comprendere quanto afferma con chiarezza il Catechismo: «Nella liturgia della Chiesa, la benedizione divina è pienamente rivelata e comunicata: il Padre è riconosciuto e adorato come la sorgente e il termine di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza; nel suo Verbo incarnato, morto e risorto per noi, egli ci colma delle sue benedizioni, e per suo mezzo effonde nei nostri cuori il dono che racchiude tutti i doni: lo Spirito Santo» (CCC, 1082). Così ne esce ulteriormente definita la duplice dimensione della liturgia della Chiesa: per un verso è benedizione del Padre con l’adorazione, la lode e l’azione di grazie; per l’altro, offerta al Padre di sé e dei propri doni e implorazione dello Spirito affinché ridondi sul mondo intero. Tutto però passa per la mediazione sacerdotale ovvero dall’offerta e «per la comunione alla morte e alla risurrezione di Cristo Sacerdote e per la potenza dello Spirito» (CCC, 1083).

Se la risurrezione di Cristo non fosse storicamente accaduta e non avesse originalmente “riempito” la storia imprimendole la direzione finale, i sacramenti non avrebbero nessuna efficacia e verrebbe meno il fine per cui sono amministrati: la nostra risurrezione alla fine della vita e della storia dell’umanità. Ad un’impostazione esegetica demitizzante segue normalmente una teologia ridotta a simbolismo; ma il pensiero cattolico, con l’Apostolo, parla della «potenza della sua risurrezione»: alle apparizioni del Risorto, non solo seguì il kerigma e la fede dei discepoli, ma lo sprigionarsi della potenza della risurrezione nei sacramenti. Così, la verità della risurrezione corporale di Cristo è decisiva per l’efficacia dei sacramenti, la loro incidenza reale sulla trasformazione dell’essere umano.

Il mistero pasquale, proprio perché ha visto passare il Figlio dalla morte alla vita, così vede passare i figli di Dio. Perciò è chiamato pasquale, per questo passaggio avvenuto grazie al sacrificio del Figlio di Dio. Ecco perché il Sacrificio eucaristico è il centro di gravità di tutti i sacramenti (cf. CCC, 1113), come la Pasqua lo è dell’anno liturgico.

Il piano divino di salvezza è uno: riportare gli uomini e le cose, quelle del cielo e quelle della terra sotto la signoria di Cristo. L’opera prima delle tre Persone mira a ricondurre l’essere umano alla sua originaria natura perché sia restaurata in lui quell’immagine che è stata sfigurata dal peccato.


La liturgia, opera della Trinità/2: Dio Figlio (CCC 1084-1090)


 

Nella seconda parte della sezione sulla liturgia come opera della SS.ma Trinità, dedicata a Dio Figlio, il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta gli elementi essenziali della dottrina sacramentale. Cristo, risorto e glorificato, effondendo lo Spirito Santo nel suo Corpo che è la Chiesa, agisce ora nei sacramenti e attraverso di essi comunica la sua grazia. Il Catechismo ricorda la definizione classica dei sacramenti, che sono: 1) «segni sensibili (parole e azioni)»; 2) istituiti da Cristo; 3) che «realizzano in modo efficace la grazia che significano» (n. 1084).

Nella celebrazione dei sacramenti, cioè nella sacra liturgia, Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, significa e realizza il Mistero pasquale della sua Passione, Morte di Croce e Risurrezione. Tale Mistero non consiste semplicemente in una serie di accadimenti del remoto passato (anche se non si può prescindere dalla storicità di quegli avvenimenti!), ma entra nella dimensione dell’eternità, perché l’«attore» – ossia Colui che ha agito e patito in quegli eventi – è stato il Verbo incarnato. Per questo, il Mistero pasquale di Cristo «abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente» (n. 1085) per mezzo dei sacramenti che egli stesso ha affidato alla sua Chiesa, soprattutto il Sacrificio eucaristico.

Questo dono singolare è stato dato prima agli Apostoli, quando il Risorto, nella forza dello Spirito Santo, ha conferito loro il proprio potere di santificazione. Gli Apostoli hanno a loro volta conferito tale potere ai loro successori, i Vescovi, e in questo modo i beni della salvezza vengono trasmessi e attualizzati nella vita sacramentale del popolo di Dio fino alla parusia, quando il Signore viene nella gloria per compiere il Regno di Dio. Così la successione apostolica assicura che nella celebrazione dei sacramenti, i fedeli siano immersi nella comunione con Cristo, che li benedice con il dono del suo amore salvifico, soprattutto nell’Eucaristia dove offre se stesso sotto le apparenze del pane e del vino.

La partecipazione sacramentale alla vita di Cristo ha una forma specifica, data nel «rito», che l’allora cardinale Ratzinger nel 2004 spiegò come «la forma di celebrazione e di preghiera che matura nella fede e nella vita della Chiesa». Il rito – ovvero la famiglia dei riti che provengono dalle Chiese di origine apostolica – «è forma condensata della Tradizione vivente […] rendendo così sperimentabile, allo stesso tempo, la comunione tra le generazioni, la comunione con coloro che pregano prima di noi e dopo di noi. Così il rito è come un dono fatto alla Chiesa, una forma vivente di parádosis [tradizione]» (30 giorni, nr. 12 – 2004).

Riferendosi all’insegnamento della Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, il Catechismo ricorda i vari modi della presenza di Cristo nelle azioni liturgiche. In primo luogo, il Signore è presente nel Sacrificio eucaristico nella persona del ministro ordinato, perché «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti» [Concilio di Trento], e soprattutto sotto le specie eucaristiche. Inoltre, Cristo è presente con la sua virtù nei sacramenti, nella sua parola quando viene proclamata la Sacra Scrittura e infine quando i membri della Chiesa, Sposa amatissima di Cristo, sono congregati nel suo nome per la preghiera e la lode (cf. n. 1088; Sacrosanctum Concilium, n. 7). Così, nella liturgia terrestre, si realizza la doppia finalità di tutto il culto divino, cioè la glorificazione di Dio e la santificazione dell’uomo (cf. n. 1089).

Infatti, la celebrazione terrestre, sia nello splendore di una delle grandi cattedrali che nei luoghi più semplici però dignitosi, partecipa della liturgia celeste della nuova Gerusalemme e fa pregustare la futura gloria alla presenza del Dio vivente. Questo dinamismo conferisce alla liturgia la sua grandezza, evita alla singola comunità di richiudersi in se stessa e la apre all’assemblea dei santi della città celeste, come evocato nella lettera agli Ebrei: «Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12, 22-24).

Sembra opportuno, dunque, concludere queste brevi riflessioni con le felici parole del beato cardinale Ildefonso Schuster, che ha descritto la liturgia come «un poema sacro, al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra».

 

La liturgia, opera della Trinità/3: Dio Spirito Santo (CCC 1091-1109)


 

La liturgia, o opera pubblica eseguita in nome del popolo, è la nostra partecipazione alla preghiera di Cristo verso il Padre nello Spirito Santo. La sua celebrazione ci immerge nella vita divina di Dio, come espresso dalla Prefazio Comune IV: “Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva, per Cristo nostro Signore”. Di conseguenza, la liturgia esisteva prima che noi avessimo mai potuto partecipare ad essa, perché è iniziata nella Santissima Trinità, e Cristo, che nella sua vita terrena ci ha mostrato l’esempio di come adorare il Padre, ha concesso a coloro che credono, i mezzi per lasciar trasformare le loro vite dalla celebrazione della liturgia, che comunica la vita della Trinità a noi.

L’opera dello Spirito Santo nella liturgia, santificandoci, ci sigilla nella relazione d’amore della Trinità che è il cuore della Chiesa. È lo Spirito Santo che ispira la fede e suscita la nostra cooperazione. È questa cooperazione genuina, indicativa del nostro desiderio di Dio, che fa diventare la liturgia un’opera comune della Trinità e della Chiesa (CCC 1091-1092).

Prima della missione salvifica di Cristo nel mondo poteva iniziare, lo Spirito Santo aveva posto le basi per ricevere Cristo, portando a compimento le promesse dell’Antica Alleanza, il cui racconto delle meraviglie di Dio, forma, nient’altro che la spina dorsale della nostra liturgia, di quanto fece per la liturgia della casa di Israele. Dall’Antico Testamento, con la sua vasta raccolta di letteratura insieme con la bellezza dei salmi, dove sarebbe la celebrazione della Chiesa dell’Avvento senza il profeta Isaia? E la liturgia nella serata di Giovedì Santo, senza la proclamazione del rituale Pasquale in Esodo 12? Inoltre, come la Veglia pasquale evidenzierebbe, come fa così straordinariamente, l’armonia del Vecchio e del Nuovo Testamento senza il racconto della traversata del Mar Rosso, con il suo cantico, in Esodo 14-15? (CCC 1093-1095) Le grandi feste dell’anno liturgico rivelano l’intrinseco rapporto delle liturgie ebraica e cristiana come si può vedere nella celebrazione della Pasqua, “Pasqua della storia, tesa verso il futuro, presso gli ebrei; presso i cristiani, Pasqua compiuta nella morte e nella risurrezione di Cristo, anche se ancora in attesa della definitiva consumazione” (CCC 1096).

Mentre, nella liturgia della Nuova Alleanza, l’assemblea deve essere preparata al suo incontro con Cristo e la sua Chiesa, questa preparazione, in primo luogo, non è una ricezione intellettuale di verità teologiche, ma un affare interiore del cuore, in cui la conversione si esprime al meglio e il convincimento verso una vita in unione con la volontà del Padre viene più vividamente riconosciuta. Questa disponibilità, o docilità verso lo Spirito Santo, è il presupposto per le grazie ricevute durante la celebrazione stessa e per i loro successivi affetti ed effetti (CCC 1097-1098).

La connessione tra Spirito Santo e la Chiesa manifesta Cristo e la sua opera salvifica nella liturgia. Specialmente nella Messa, la liturgia è “Memoriale del mistero della salvezza”, mentre lo Spirito Santo è la “memoria viva della Chiesa” a causa del suo ricordare del mistero di Cristo. Il primo modo in cui lo Spirito Santo ricorda il senso dell’evento della salvezza, è vivificando la Parola di Dio proclamata nella liturgia affinché possa diventare un progetto di vita per coloro che la ascoltano. Sacrosanctum Concilium 24 spiega che la vitalità della Sacra Scrittura mette sia i ministri che i fedeli in relazione viva con Cristo (CCC 1099-1101).

“Massima è l’importanza della Sacra Scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell’omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni” (SC 24).

L’assemblea liturgica, quindi, non è tanto una collezione di diversi temperamenti, quanto una comunione nella fede. La proclamazione liturgica chiede una “risposta della fede”, indicativa sia di “adesione ed impegno” e fortificata dallo Spirito Santo che infonde nei membri dell’assemblea “la memoria delle opere meravigliose di Dio”, attraverso un’anamnesi sviluppata. In quel momento l’azione di grazie verso Dio per tutto quello che ha fatto sfocia naturalmente nella lode di Dio o dossologia (CCC 1102-1103).

Nelle celebrazioni del Mistero Pasquale, il Mistero Pasquale non viene ripetuto. Sono le celebrazioni che si ripetono. Ad ogni celebrazione, è l’effusione dello Spirito Santo che rende questo specifico mistero presente. L’Epiclesi è l’invocazione dello Spirito Santo e, ricevendo il Corpo e il Sangue di Cristo nella Santissima Eucaristia con disposizioni corrette, i fedeli stessi diventano pure un’offerta viva a Dio, desiderosi nella loro speranza della loro eredità celeste e testimoniando la vita dello Spirito Santo, al di là della celebrazione liturgica stessa. In quel momento “il frutto dello Spirito nella liturgia è inseparabilmente comunione con la Santissima Trinità e comunione fraterna” (CCC 1104-1109). Come abate Alcuin Deutsch di Collegeville scrisse nel 1926 nella sua prefazione alla traduzione inglese di Virgil Michel de La pieté de l’Église di Lambert Beauduin, “la liturgia è l’espressione, in modo solenne e pubblico, delle credenze, amori, aspirazioni, speranze e timori dei fedeli nei riguardi di Dio. [...] È il prodotto di un’esperienza emozionante, che pulsa con la vita e il calore del fuoco dello Spirito Santo, delle cui stesse parole è piena, e sotto la cui ispirazione è nata. Come nient’altro ha il potere di scuotere l’anima, di vivificarla, e darle interesse per le cose di Dio”. (p. IV)




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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25/04/2015 21.09

La CDF dopo il 2005: Il 1° volume degli scritti



Pubblicato il 1° volume dell'opera omnia di Joseph Ratzinger teologo

Prefazione al volume iniziale dei miei scritti

di Joseph Ratzinger

Il Concilio Vaticano II iniziò i suoi lavori con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, che poi venne solennemente votato il 4 dicembre 1963 come primo frutto della grande assise della Chiesa, con il rango di una costituzione. Che il tema della liturgia si trovasse all’inizio dei lavori del Concilio e che la costituzione sulla liturgia divenisse il suo primo risultato venne considerato a prima vista piuttosto un caso. Papa Giovanni aveva convocato l'assemblea dei vescovi con una decisione da tutti condivisa con gioia, per ribadire la presenza del cristianesimo in una epoca di profondi cambiamenti, ma senza proporre un determinato programma. Dalla commissione preparatoria era stata messa insieme un’ampia serie di progetti. Ma mancava una bussola per poter trovare la strada in questa abbondanza di proposte. Fra tutti i progetti il testo sulla sacra liturgia sembrò quello meno controverso. Così esso apparve subito adatto: come una specie di esercizio, per così dire, con il quale i Padri potessero apprendere i metodi del lavoro conciliare.



Ciò che a prima vista potrebbe sembrare un caso, si rivela, guardando alla gerarchia dei temi e dei compiti della Chiesa, come la cosa anche intrinsecamente più giusta. Cominciando con il tema "liturgia", si mise inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità del tema "Dio". Dio innanzitutto, così ci dice l’inizio della costituzione sulla liturgia. Quando lo sguardo su Dio non è determinante ogni altra cosa perde il suo orientamento. Le parole della regola benedettina "Ergo nihil Operi Dei praeponatur" (43, 3: "Quindi non si anteponga nulla all’Opera di Dio") valgono in modo specifico per il monachesimo, ma hanno valore, come ordine delle priorità, anche per la vita della Chiesa e di ciascuno nella sua rispettiva maniera. È forse utile qui ricordare che nel termine "ortodossia" la seconda metà della parola, "doxa", non significa "opinione", ma "splendore", "glorificazione": non si tratta di una corretta "opinione" su Dio, ma di un modo giusto di glorificarlo, di dargli una risposta. Poiché questa è la domanda fondamentale dell’uomo che comincia a capire se stesso nel modo giusto: come debbo io incontrare Dio? Così, l’apprendere il modo giusto dell’adorazione – dell’ortodossia – è ciò che ci viene donato soprattutto dalla fede.

Quando ho deciso, dopo qualche esitazione, di accettare il progetto di una edizione di tutte le mie opere, mi è stato subito chiaro che vi dovesse valere l’ordine delle priorità del Concilio, e che quindi il primo volume ad uscire doveva essere quello con i miei scritti sulla liturgia. La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita, ed è diventata, alla scuola teologica di maestri come Schmaus, Söhngen, Pascher e Guardini, anche il centro del mio lavoro teologico. Come materia specifica ho scelto la teologia fondamentale, perché volevo innanzitutto andare fino in fondo alla domanda: perché crediamo? Ma in questa domanda era inclusa fin dall’inizio l’altra sulla giusta risposta da dare a Dio, e quindi anche la domanda sul servizio divino. Proprio da qui debbono essere intesi i miei lavori sulla liturgia. Non mi interessavano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l’ancoraggio della liturgia nell’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nella nostra intera esistenza umana.

Questo volume raccoglie ora tutti i miei lavori di piccola e media dimensione con i quali nel corso degli anni, in occasioni e da prospettive diverse, ho preso posizione su questioni liturgiche. Dopo tutti i contributi nati in questo modo, sono stato spinto infine a presentare una visione d'insieme che è apparsa nell'anno giubilare 2000 sotto il titolo "Lo spirito della liturgia. Un'introduzione" e che costituisce il testo centrale di questo libro.

Purtroppo, quasi tutte le recensioni si sono gettate su un unico capitolo: "L’altare e l’orientamento della preghiera nella liturgia". I lettori delle recensioni hanno dovuto dedurne che l’intera opera abbia trattato solo dell’orientamento della celebrazione e che il suo contenuto si riduca a quello di voler reintrodurre la celebrazione della messa "con le spalle rivolte al popolo". In considerazione di questo travisamento ho pensato per un momento di sopprimere questo capitolo (di appena nove pagine su duecento) per poter ricondurre la discussione sul vero argomento che mi interessava e continua ad interessarmi nel libro. Questo sarebbe stato tanto più facilmente possibile per il fatto che nel frattempo sono apparsi due eccellenti lavori nei quali la questione dell’orientamento della preghiera nella Chiesa del primo millennio è stata chiarita in modo persuasivo. Penso innanzitutto all’importante piccolo libro di Uwe Michael Lang, "Rivolti al Signore. L'orientamento nella preghiera liturgica" (traduzione italiana: Cantagalli, Siena, 2006), ed in modo del tutto particolare al grosso contributo di Stefan Heid, "Atteggiamento ed orientamento della preghiera nella prima epoca cristiana" (in "Rivista d’Archeologia Cristiana" 72, 2006), in cui fonti e bibliografia su tale questione risultano ampiamente illustrate e aggiornate.

Il risultato è del tutto chiaro: l’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della sua Passione (Giovanni 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione nella mia opera: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo.

Ma con questo ho forse detto troppo di nuovo su questo punto, che rappresenta appena un dettaglio del mio libro, e che potrei anche tralasciare. L’intenzione fondamentale dell’opera era quella di collocare la liturgia al di sopra delle questioni spesso grette circa questa o quella forma, nella sua importante relazione che ho cercato di descrivere in tre ambiti che sono presenti in tutti i singoli temi. C'è innanzitutto l'intimo rapporto tra Antico e Nuovo Testamento; senza la relazione con l'eredità veterotestamentaria la liturgia cristiana è assolutamente incomprensibile. Il secondo ambito è il rapporto con le religioni del mondo. E si aggiunge infine il terzo ambito: il carattere cosmico della liturgia, che rappresenta qualcosa di più della semplice riunione di una cerchia più o meno grande di esseri umani; la liturgia viene celebrata dentro l'ampiezza del cosmo, abbraccia creazione e storia allo stesso tempo. Questo è ciò che si intendeva nell'orientamento della preghiera: che il Redentore che noi preghiamo è anche il Creatore, e così nella liturgia rimane sempre l'amore anche per la creazione e la responsabilità nei suoi confronti. Sarei lieto se questa nuova edizione dei miei scritti liturgici potesse contribuire a far vedere le grandi prospettive della nostra liturgia e a far relegare nel loro giusto posto certe grette controversie su forme esteriori.

Infine, e soprattutto, sento il dovere di ringraziare. Il mio ringraziamento è dovuto innanzitutto al vescovo Gerhard Ludwig Muller, che ha preso nelle sue mani il progetto delle "Opera omnia" e ha creato le condizioni sia personali che istituzionali per la sua realizzazione. In modo del tutto particolare correi ringraziare il Prof. Dr. Rudolf Voderholzer, che ha investito tempo ed energie in misura straordinaria nella raccolta e nell'individuazione dei miei scritti. Ringrazio anche il Signor Dr. Christian Schaler, che lo assiste in maniera dinamica. Infine, il mio sincero ringraziamento va alla casa editrice Herder, che con grande amore e accuratezza si è assunta l'onere di questo difficile e faticoso lavoro. Possa tutto ciò contribuire a che la liturgia venga compresa in modo sempre più profondo e celebrata degnamente. "La gioia del Signore è la nostra forza" (Neemia 8,10).

Roma, festa dei santi Pietro e Paolo, 29 giugno 2008




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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